Ragazzo ucciso a botte, condannati minorenni rom

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Ucciso a botte a 23 anni per una stupida lite. Così morì Antonio De Meo, studente universitario di Castel di Lama (Ascoli Piceno), la notte del 10 agosto scorso. Oggi, a distanza di sette mesi, il quindicenne e il diciasettenne arrestati subito l'episodio, avvenuto a Martinsicuro (Teramo), sono stati condannati a poco più 8 anni di reclusione ciascuno per omicidio preterintenzionale aggravato dai futili motivi, ricettazione e incendio.
A giudicarli, con il rito abbreviato, il tribunale per i minorenni dell'Aquila. Per il 15enne, E.G. di Alba Adriatica (Teramo), la pena è 8 anni, un mese e 15 giorni; per l'altro, M.S. di Falconara Marittima (Ancona), 8 anni e un mese: il Pm aveva chiesto 8 anni.
Bastarono 24 ore di indagini serrate ai Carabinieri per scoprire i responsabili del delitto e ricostruire la vicenda.
Antonio, finito il suo turno domenicale come cameriere in un hotel, esce all'una di notte e si dirige verso un chiosco poco distante per mangiare. Appoggia la bicicletta che ha avuto in prestito dall'albergo e quando tre giovani rom si avvicinano e tentano di prenderla lui chiede loro cosa stiano facendo. I tre si allontanano, ma per loro non è finita lì. Tornano, lo aggrediscono, lo prendono a pugni in faccia, almeno tre, fortissimi. Antonio cade, loro si allontanano su due scooter. La gente pensa alla solita rissa, ma quando Antonio resta a terra immobile, qualcuno chiama il 118. Inutilmente. All'aggressione partecipa anche un tredicenne, non imputabile per la giovane età. Insieme ai due è arrestato il padre del quindicenne, con le accuse di favoreggiamento reale e ricettazione: per coprire il figlio, che gli aveva raccontato di aver investito una persona, lui brucia lo scooter.
L'assurda morte di Antonio De Meo scatenò nell'immediato accuse contro la comunità rom stanziale della cittadina abruzzese, furono organizzati cortei e fiaccolate per protestare contro una convivenza ritenuta da molti insostenibile. Oggi, in udienza, i difensori dei due ragazzi hanno chiesto la messa alla prova che, se accolta, avrebbe permesso ai due di evitare il carcere. Così non è stato. Il timore c'era, ha detto il legale della famiglia De Meo, Mauro Gionni. "Non sarebbe stata davvero giusta. E' un fatto di poco conto, ma ricordo che un giovane è stato ucciso con tre pugni sferrati a freddo e con inaudita violenza. Siamo soddisfatti: i famigliari chiedevano giustizia con una pena certa e non esemplare".
I due minorenni condannati resteranno per il momento in un istituto della provincia di Roma, dove sono attualmente in custodia cautelare.

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